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ultimo aggiornamento il Thursday 01 April 2004 |
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La luce dello Yoga Se si può parlare di eventi che
in qualche modo cambiano la vita, il modo di rapportarsi agli altri,
approfondiscono la consapevolezza che abbiamo di noi stessi, per me lo yoga è
stato uno di C'è un antico detto Yoga, secondo il quale quando l'allievo e pronto, il maestro appare: non so se io allora ero pronta, so soltanto che ero (solo in parte consapevolmente) alla ricerca di una diversa qualità della vita, di una sua maggiore profondità ed intensità. Avevo passato anni divisi tra un lavoro che mi dava da vivere, ma non mi piaceva, e lo studio intenso all'università, proprio per andare via da quel tipo di lavoro; ora volevo fare qualcosa per me, soprattutto per il mio corpo, che era abbastanza rigido e bloccato nella parte alta (avevo frequenti e violenti emicranie), volevo cercare di rilassarmi. Non mi interessavano le implicazioni spirituali e filosofiche della disciplina yogica, cercavo soltanto di stare meglio a livello psicofisico; questo e ciò che dissi all'inizio al mio maestro, e lui accettò la mia impostazione. Il mio maestro: mi colpì di lui, prima ancora dell'aspetto fisico e delle intensità e luminosità dello sguardo, la voce, il tono profondo, basso e pacato delle sue parole. Questo è stato il primo ponte tra lui e me, il suono della voce, non tanto ciò che diceva, per me del tutto nuovo ed interessante, quanto il registro che usava, quel tono che colpiva in profondità, che piano piano iniziava a sciogliere le mie corazze.
Il processo e durato molti anni, tuttora è in corso: niente è acquisito definitivamente, ogni passo avanti nella ricerca interiore è frutto di grandi sforzi e richiede grande determinazione e forza di volontà; talvolta possono esserci momenti di stasi, di metabolizzazione dei cambiamenti avvenuti, e in questi momenti, anche se in modo impercettibile, si cambia a livello più sottile e più profondo. Non è una crescita lineare, e semmai uno sviluppo a spirale, un ritorno sempre ad un livello un po' più alto nella ricerca dell'autoconsapevolezza; non sono esclusi momenti di stasi, talvolta di regressione, ed è in questi momenti che la forza di volontà nella determinazione devono essere più salde. Una grande modestia, questa è una delle condizioni essenziali perché il viaggio alla scoperta di noi stessi, del divino che è in noi, porti buoni frutti, non pensare mai di essere "arrivati", non improvvisarsi maestri di qualcun altro. La ricerca interiore, spirituale, presuppone la progressiva limitazione del nostro ego, non dico il suo totale annullamento, prerogativa solo dei saggi e degli illuminati, è comunque indispensabile un atteggiamento di abbandono, di umiltà, come dicevo prima, il mettere in secondo piano le coordinate logico-razionali della nostra mente. La conoscenza del nostro vero Sè è amore,comprensione, identificazione con tutto l'essere. Per nascere sono nato:
in questa breve frase, priva di ogni retorica, Pablo Neruda condensa il senso ed
il valore di ogni esistenza che voglia aspirare a chiamarsi degnamente umana.
Lavorare su se stessi, in un'operazione alchemica di purificazione e
trasformazione a tutti i livelli: lo yoga è una disciplina severa, che richiede
una assidua pratica, una sadhana impegnativa che coinvolga l'individuo
nella sua totalità, a tutti i livelli, fisico, mentale, emozionale ed infine
spirituale. Soltanto con l'assiduità, tapas, continuità della pratica,
possiamo sperare di diventare "antro", caverna, atanor
alchimistico per se stessi, per compiere l'Opera e rinascere uomini (e donne)
nel senso più vero, alto e totale della parola, partecipi e consapevoli del
divino che è da sempre presente in noi. Si tratta Krishna si rivolge in questi termini ad Arjuna nella Bhagavad Gita, seguendo lo schema dello Yogasutra di Patanjali: Lo Yogin deve continuamente fissare la mente sul sè universale, in solitudine, restando tutto solo, nel dominio del proprio spirito, esente da desideri e libero dal desiderio di appropriarsi di qualcosa....allora,..., fissando la mente su un unico punto, avendo messo sotto controllo le attività del pensiero e dei sensi, che egli pratichi lo yoga per la purificazione del Sè. ...Ma lo yoga non è in verità di colui che troppo mangia, né di colui che non mangia affatto; non è di colui che ha l'abitudine del troppo sonno o di colui che (troppo) veglia, o Arjuna. Dell'uomo che misurato negli alimenti e nel riposo, di colui che appropriatamente agisce negli atti della vita, di colui che con misura dorme e sta sveglio, diventa proprio lo yoga che distrugge la differenza.... Come una lampada che sta al riparo dal vento non si muove,(...) così e dello yogin che ha sottomesso il suo spirito e che realizza l'unione col Sè. La base filosofica dello yoga è
il Samkhya (Sat=verità, Khya - conoscere), la stessa che sottende l''Ayurveda,
" scienza della vita", la medicina tradizionale indiana menzionata dai
tempi dei Veda e delle Upanishad. L'Ayurveda è strettamente connessa con lo
yoga, è la disciplina del vivere quotidiano, della ricerca dell'equilibrio tra
i tre principi (vata, pitta, kapha) che compongono La costituzione base dell'individuo rimane inalterata per tutta la vita, è scritta nel codice genetico, tuttavia la combinazione degli elementi che governano le continue trasformazioni fisiologiche del corpo si altera a seconda dei cambiamenti che avvengono nell'ambiente circostante, in un processo costante di interazione tra l'ambiente interno (microcosmo) e quello esterno (macro cosmo). A livello più sottile, sui piani mentale ed eterico-astrale, i tre attributi (guna) del principio primordiale femminile, Prakriti, creatore di tutte le forme dell'universo, sattva, rajas e tamas, corrispondono ai tre umori che formano la costituzione fisica. Sattva e l'essenza, a livello cosmico è il potenziale creativo, Brhama; rajas è l'attività, la forza vitale; tamas è inerzia. i tre guna sono la base di tutta l'esistenza, sia a livello umano che universale. Per quanto riguarda l'individuo, scopo sia dell'Ayurveda che dello yoga e riuscire a gestire e controllare gli opposti impulsi di rajas e tamas per mezzo del sattva che in noi, la spinta alla conoscenza pura e ed alla realizzazione spirituale. Se così avviene, il nostro agire diventa armonico ed illuminato che non è più il risultato della passione e dell'ignoranza. Per superare la dimensione dei tre guna, dobbiamo anzitutto realizzare la norma del sattva, il mondo dell’ eticità, prima di poter realizzare interamente il mondo dello spirito. A livello dello spirito, riusciamo a superare i dualismi ed agire attraverso l’Assoluto che è in noi: allora non agiamo per il nostro personale interesse o per evitare il dolore, ma solo come strumenti del Divino al quale apparteniamo. |